“Medici scrittori pazienti narratori” e “Le parole della cura”. Un ponte dedicato alla medicina narrativa gettato tra Lugo e Forlì

Sabato 13 gennaio 2018, alle ore 11, la biblioteca Fabrizio Trisi di Lugo ospiterà il terzo e ultimo incontro del nostro ciclo di letture dedicato alla medicina narrativa. 

Ma ViviAmo le Parole non è la sola associazione del territorio a parlare di medicina narrativa. Con noi c’è l’associazione culturale Gian Mario Balzarini! All’incontro da loro organizzato a Forlì, il 15 dicembre scorso, è intervenuta anche Giulia Reina, la nostra curatrice.

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Davvero una felice coincidenza, un incontro dedicato alla medicina narrativa, ai medici scrittori e ai pazienti narratori a Forlì, proprio in coincidenza con il nostro ciclo di letture di medicina narrativa alla biblioteca Trisi di Lugo. Il titolo dell’ultimo incontro del nostro ciclo di letture “Le parole della cura”, che avrà luogo sabato prossimo, 13 gennaio, potrebbe essere “La malattia come relazione e tramite di incontro e condivisione”.

Infatti, di una relazione molto particolare e molto intensa tra medico e paziente ci racconta Claudio Ronco nel suo Carpediem. Il nefrologo Ronco incontra la piccola Lisa, una neonata con una grave insufficienza renale e le scrive lettere appassionate e commoventi, che Giulia Reina leggerà per noi sabato 13 gennaio prossimo. Il medico è certo che Lisa non leggerà mai quelle lettere, ma è altrettanto certo che la loro relazione segnerà in maniera indelebile le vite di entrambi. Altrettanto drammatica e intensa è la storia narrata da Iacopo Ortolani nel suo La forza che ho dentro. È la storia di Plinio, affetto da diabete, e di suo padre, che la racconta. E c’è il raggio di sole portato nella vita di entrambi dalle persone che accettano di condividere con Iacopo la malattia del figlio, fondando assieme una società podistica. Giulia terminerà le letture con brani da Cambiamente di Alessandra Lancellotti e Le trame della cura di Alfredo Zuppiroli, di cui sono stati letti brani anche nel corso del nostro primo incontro (qui troverete la recensione del volume e alcuni estratti video delle letture precedenti) e che è perfetto come conclusione degli incontri, con il suo esplicito invito a riflettere sul significato delle parole cura, salute, malattia, che sono state i pilastri fondanti di tutto il nostro ciclo di letture.

A ben vedere, l’intero approccio alla cura portato avanti dalla medicina narrativa considera l’essere umano come “l’effetto di una relazione”, un “noi” che rappresenta qualcosa in più della giustapposizione tra i due termini, io e tu. Quello della relazione è stato uno dei temi fondanti anche dell’incontro Medici scrittori, pazienti narratori che si è tenuto a Forlì venerdì 15 dicembre presso la Sala conferenze della BCC, Banca di Credito Cooperativo di Forlì, organizzato dall’associazione culturale Gian Mario Balzarini. Dell’incontro, a cui abbiamo partecipato con un intervento della nostra curatrice, Giulia Reina, e a cui con molto entusiasmo ViviAmo le Parole ha offerto il proprio patrocinio, vi avevamo già anticipato qualcosa nel nostro precedente articolo. Ma ora ci piace tornare sull’argomento, perché le riflessioni dei relatori di Forlì molto bene si sposano con quelle che si sono via via precisate nel corso degli incontri di lettura de Le parole della cura.

Si potrebbe cucire un percorso ideale tra gli interventi dei vari relatori dell’incontro forlivese – Ferdinando Borroni, medico di base e membro della commissione cultura dell’Ordine dei Medici di Forlì, Gianni Tadolini, psicologo e psicoterapeuta, Carlo Azzaroli, medico traumatologo, Antonio Ozzimo, psicologo clinico e di comunità, Gabriele Zelli, scrittore e presidente del Lions Club di Forlì, e Massimo Masini, sacerdote e counselor – utilizzando proprio la relazione come filo conduttore.

Relazione tra medico e paziente, in primo luogo, che Antonio Ozzimo riconosce come fondante della medicina narrativa e a cui riconosce un’importanza fondamentale nell’attività di cura, ben al di là del semplice riconoscimento del sintomo: “Ristabilendo il contatto [del medico o del terapeuta] con il paziente e mandando sullo sfondo il primato del sintomo come via elettiva per una analisi del disagio, si può stimolare quanto di più vitale ed energetico rimane nel paziente. Essere consapevoli del significato che il sintomo assume all’interno del proprio campo relazionale significa aprire una via nuova per il lavoro di cura, superando la reificazione di una salute senza malattie”.

E di relazione, in primo luogo, parla anche don Massimo Masini, quando racconta dell’esperienza delle comunità dell’associazione Papa Giovanni XXIII fondate da don Oreste Benzi, in cui scrittura e narrazione vengono richieste agli ospiti della comunità, nella forma di diario personale. In primo luogo viene chiesto di scrivere per sollecitare il ricordo, per fermare un sentimento, per curare l’analfabetismo emotivo dei ragazzi d’oggi, che faticano a trovare le parole giuste per esprimere i propri sentimenti. Ma scrivere serve anche per aprirsi alla relazione, in quanto i diari delle persone ospitate in comunità vengono letti dagli operatori due volte al giorno. «Io non scrivo per me stesso. Io se scrivo è perché qualcuno mi legge. Però è interessante» dice don Massimo Masini, «questa scrittura che è letta e quindi io di fatto non scrivo solo per me, per fissare i miei ricordi, le mie sofferenze, le mie ferite, ma scrivo anche per qualcun altro che, come compagno di viaggio, leggerà e proverà ad aiutarmi per uscire fuori da questa strada. E dunque la scrittura ha bisogno di una relazione. Dice don Oreste Benzi: “Il crescere dei fogli, il crescere del diario è una cosa concreta. Cioè io, concretamente, aumento i fogli e quindi opero, creo qualcosa di importante. Ecco allora che ciò che credevo non esistesse [una traccia di me nel mondo] inizia a prendere forma. Ecco dunque che la scrittura diventa un po’ il timone della nostra vita, per un viaggio con una scialuppa verso l’ignoto, dove però sono io a guidare». Don Masini termina il suo intervento con una citazione che strappa gli applausi al pubblico presente: «Io non ho visto guarire nessuno con la scrittura, ma la scrittura è stata una forza aggiuntiva, una forza che ha consentito di lenire, incoraggiare, facilitare il contatto con sé, di ridargli senso, speranza e autostima. Ovvero, davanti alla vita che sembra sfiorita, la scrittura, lo scrivere di sé senza paura, può aiutare a far fiorire di nuovo la nostra vita».

È toccato a Ferdinando Borroni, dopo la prolusione introduttiva di Marco Vantaggiato, presidente dell’associazione Balzarini, spiegare cosa si intende per medicina narrativa, che lui chiama «medicina della narrazione: un’indirizzo partito dagli Stati Uniti, che si sta diffondendo anche in Italia e che si affianca alla più presente, attualmente, a livello scientifico, medicina basata sull’evidenza, cioè medicina basata sull’efficacia terapeutica». Nando Borroni spiega così il suo incontro e la sua esperienza con la medicina narrativa: “Il motivo per cui mi sono avvicinato alla medicina narrativa è non solo teorico, ma pure in gran parte pratico. Infatti è sempre più evidente che il paziente, al proprio curante, non porta solo un sintomo, un disturbo, un esame alterato, ma spesso anche una narrazione in cui questo è inserito, una storia che riguarda le sue possibili cause e a volte suggerisce pure dei possibili rimedi. Un racconto in sintonia con la particolare visione del mondo di chi l’espone e con il suo particolare vissuto. Del resto paure, speranze, suggestioni, proiezioni, convinzioni, sono la fonte della attitudine narrativa della nostra specie. Questo è stato particolarmente messo in risalto dagli studiosi che hanno analizzato la struttura compositiva della fiaba, la sua morfologia. Ecco perché la predisposizione affabulatoria trova stimolo e motivazione in situazioni di pericolo, come è, paradigmaticamente, quella di malattia. L’analisi della narrazione, strumento basato sul presupposto e sull’importanza di quella che J. Hillman ha chiamato base poetica della mente, in questo simile alla psicoterapia, cerca di reinterpretare queste storie, perché così come vengono presentate spesso mascherano il vero malessere che veicolano, con modalità simili alle note formazioni di compromesso della psicologia freudiana. Il curante che unisce la formazione scientifica universitaria alla competenza narrativa – acquisita anche con la lettura dei classici che hanno raccontato storie di malattia – ha così gli strumenti per presentare al suo paziente il più efficace percorso di cura, nella sinergia della medicina basata sull’evidenza con quella basata sulla narrazione. Obiettivo del medico narrativamente attrezzato è, in conclusione, smascherare le cattive narrazioni di cui spesso i pazienti – ma anche loro stessi, i curanti – sono inconsapevoli ostaggi, smascherare le ideologie su cui sono costruite storie di malattie dagli improbabili intrecci; racconti che, mentre si vogliono esplicativi, paradossalmente ostacolano essi stessi il loro utilizzo per gli obiettivi di guarigione che vorrebbero concorrere a raggiungere”.

«La storia che porta il paziente, la narrazione è in effetti vissuta dalla medicina basata sull’evidenza, la medicina scientifica, come un disturbante rumore di fondo», ammette Borroni e questo concetto è enfatizzato anche dall’intervento di Gianni Tadolini, che racconta della sperimentazione di nuovi farmaci durante la quale «ogni possibilità di narrazione viene considerata un inquinamento […] e anche il medico o l’operatore che sta svolgendo il lavoro scientifico non deve avere la possibilità di narrare alcunché». Tadolini si rammarica molto di questa mancanza di narrazione, caratteristica comune dell’oggi, in cui «il linguaggio soffre di immediatezza. Non c’è più il tempo del narrare. Il tempo del narrare è finito, è stato buttato via». Gianni Tadolini termina il suo intervento con un elogio di Nando Borroni e della medicina narrativa che ci trova pienamente d’accordo: «Quando Nando Borroni ci parla di medicina narrativa, io colgo nelle sue parole, e poi nel suo sforzo di rapportarsi al narrare del paziente, un passo molto breve verso la psicoterapia. Quindi sento nel suo sforzo, nel suo desiderio di toccare questi argomenti, un desiderio di riscoprire, di ridefinire, di riconfigurare quel rapporto con l’interiorità che si è sempre più perso e dobbiamo far di tutto per recuperare».

I libri presentati da Giulia Reina nel corso del terzo incontro di lettura del ciclo “Le parole della cura”, in programma alla sala Codazzi della biblioteca Fabrizio Trisi di Lugo sabato 13 gennaio alle ore 11, sono editi da Colla Editore (Carpediem di Claudio Ronco), Maria Margherita Bulgarini Editore (La forza che ho dentro di Iacopo Ortolani e Le trame della cura di Alfredo Zuppiroli), Itaca Edizioni (Cambiamente di Alessandra Lancillotti).

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