Una riflessione sul potere delle parole: “uguaglianza” ed “equità” potrebbero salvare l’Unione Europea

“… non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto le parole” scriveva la poetessa americana Emily Dickinson. Anche le difficoltà dell’Unione Europea potrebbero acquistare nuovo senso attraverso una riflessione sulle parole più appropriate.

Per scegliere le parole giuste da dedicare all’Unione Europea ci siamo fatte aiutare da un’esperta in economia, la dott.ssa Valentini, in quanto, più della politica, al momento è proprio l’economia a rappresentare il maggior collante tra gli stati membri.

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Secondo Valentina Valentini sono “uguaglianza”, “equità” e “uniformità”, soprattutto fiscale, le parole su cui l’Unione Europea dovrebbe basare il proprio futuro. Sono le parole che, se implementate in modo corretto, potrebbero mettere a tacere molte delle voci critiche e spesso apertamente contrarie all’unione, le voci dei molti populismi che aspirano all’implosione della costruzione europea.

Prima però di lasciar spazio al dialogo tra Giulia Reina e Valentina Valentini, meritano di essere lette per intero le frasi spese dalla grande poetessa americana Emily Dickinson sul potere delle parole. In un passaggio di una lettera a un suo carissimo amico d’adolescenza, Joseph Lyman, Emily scrive: “Ora non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto le parole. Ne esistono alcune di fronte alle quali mi inchino. Stanno lì come un principe tra i Lord. A volte ne scrivo una, e la guardo, ne fisso la forma, i contorni fino a quando comincia a splendere e non c’è zaffiro al mondo che ne possa eguagliare la luce.”

Allora Valentina, quali sono secondo te le parole di cui ha bisogno l’Unione Europea per sentirsi più unita?

Uguaglianza” ed “equità” in primo luogo: se le forme giuridiche dell’imposizione fiscale fossero uguali a quelle degli altri paesi europei, sarebbe chiaramente più semplice per un imprenditore aprire una filiale o una stabile organizzazione in un altro paese dell’Unione ed espandere la propria produzione. Poi “uniformità”: se ci fosse uniformità nella pressione fiscale fra i diversi paesi dell’Unione Europea, le imprese italiane avrebbero più possibilità nel commercio estero rispetto a oggi. Se ci fosse uniformità, sia dal punto di vista delle forme giuridiche che della pressione fiscale, sarebbero facilitati gli scambi fra i paesi dell’Unione Europea e di conseguenza con i Paesi extra-europei. Inoltre si potrebbe avere un beneficio economico e ci sarebbe una maggiore coesione.

Quindi i regimi fiscali dei paesi dell’Unione Europea sono molto diversi tra loro, giusto?

In Italia vi sono diverse tipologie di regimi fiscali. In generale, però, l’Italia è uno dei paesi europei dove la pressione fiscale è più elevata. Infatti l’IRPEF (‘imposta sui redditi delle persone fisiche’) parte da un’aliquota base del 23% e arriva fino al 43%, mentre l’aliquota IRES (‘imposta sul reddito delle società’) passa dal 27,5% al 24% nell’anno di imposta 2017. Se mettiamo a confronto queste aliquote con quelle relative agli stessi redditi in altri stati dell’Unione Europea, vediamo un’enorme differenza. Dagli studi fatti nel 2016 in Italia il totale delle imposte pagate in percentuale sui profitti commerciali di un’impresa di medie dimensioni è pari al 64,8%. Nessun altro paese della zona euro subisce un’incidenza così elevata. La Francia, che si posiziona al secondo posto, si attesta al 62,7% e il Belgio, che presidia la terza posizione, è al 58,4%. Rispetto alla media dell’area euro (43,6%) le imprese italiane scontano un differenziale di oltre 21 punti percentuali.

Le imprese italiane che esportano in Europa hanno delle difficoltà a causa di questa mancanza di uniformità?

Anche per quanto riguarda l’IVA (‘imposta sul valore aggiunto’) abbiamo delle differenze di aliquote fra i diversi paesi europei. Però l’Unione Europea ha stilato delle linee guida, le quali prevedono che l’IVA sia pagata nel paese in cui viene consegnato il bene oppure nel paese in cui viene effettuata la prestazione di servizi. Tale sistema prende il nome di principio di territorialità. Quindi, diciamo che le imprese facenti parti dell’Unione Europea non trovano difficoltà a importare o esportare la propria produzione. Il problema che possono avere le imprese italiane è il prezzo di vendita. Siccome in Italia vi è un’imposizione fiscale elevata, le imprese italiane non possono praticare sul mercato un prezzo di vendita basso, come per esempio possono fare altri paesi Europei.

Valentina Valentini è dottore commercialista e revisore contabile a Ravenna, presso la società Bisanzio Consulting e lo Studio Castellani, con sede in via Faentina. È anche tutor didattico all’università di Bologna.Bisanzio consulting RavennaStudio Castellani Dottore Commercialista Revisore Legale Ravenna

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